DON RAFFAELE

Con: ROBERTA BUCCI, ALESSANDRA TARQUINI, MICHELE DI CONZO, ALBERTO SANTUCCI.

Da un testo elaborato nell’ambito delle attività della “Scuola Nazionale di Drammaturgia” diretta da DACIA MARAINI, nel corso 2007 condotto da SPIRO SCIMONE.
 Contributi drammaturgici di GABRIELE DI CAMILLO.

Adattamento e regia di EUGENIO INCARNATI.

Foto di Andrea Mandruzzato

Foto di Andrea Mandruzzato

Il nostro spettacolo è ambientato, nei mesi che precedono di un soffio l’entrata, dell’Italia, nella grande guerra, in una realtà già fragilissima, come quella della Marsica del 1915.


La Marsica, cuore dell’Abruzzo interno, era, all’epoca, un territorio in forte trasformazione: il grande lago del Fucino, il terzo lago d’Italia, era stato appena prosciugato per farne terra da coltivare. Il popolo del lago si   trasformava in quel popolo di “cafoni”, sfruttati dai latifondisti   locali, dipinto con definitiva chiarezza nei romanzi di Ignazio Silone.
 Su questa terra già stravolta nel panorama, nella vegetazione, nel clima e in ogni aspetto delle abitudini umane e della vita quotidiana, si abbatte un terribile terremoto (trentamila morti!) , a sancire nel più deifinitivo dei modi, che ciò che era, non sarebbe stato mai più.

Siamo nei giorni subito dopo la catastrofe,a Gioia dei Marsi, uno dei paesi più lontani, più colpiti e più difficili da raggiungere per i soccorsi. Qui, troviamo un prete, figura ispirata ad un sacerdote realmente esistito , figura nodale nella ricostruzione del paese, Don Raffaele Starace.

Don Starace è anche lui un sopravvissuto fra pochi sopravvissuti. Le sue vicende di “miracolato” si intrecciano con quelle, semplici e drammatiche, degli altri pochissimi paesani rimasti ancora vivi e vengono trattate sulla scena in uno stile epico eppure misurato; si racconta, si, di una realtà dura e difficile, ma   per portare testimonianze di forza, determinazione, umanità e se compare la rassegnazione, appare come pericolo.

Non si indulge, qui, in scene tragiche e violente e non si invade la sadon raffaele LOCANDINAcralità degli episodi tragici se non con gli strumenti della metafora e dell’allegoria; tenta, lo spettacolo, non di evocare un dolore secolare, ma di guardare alle vicende che mettono alla prova le persone, soprattutto le più umili, cercando di capire il senso della “grande storia” sulla base degli insegnamenti delle storie piccole.









 (Eugenio Incarnati)

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