Un intervento di Errico Centofanti

img_1675in occasione della Tavola rotonda “Dissacrare il galateo dei luoghi dell’arte”

(Mercoledì 26 ottobre 2016 ore18:00-20:00 / Palazzo Fibbioni / Sala Rivera)

“Rammaricato per l’infreddatura che è sopraggiunta a bloccarmi dentro casa, desidero far pervenire comunque un piccolo contributo di riflessione alla Tavola Rotonda che Teatrabile e il Gruppo Edukarte hanno meritoriamente promosso e della quale hanno voluto cortesemente invitarmi a essere parte attiva.

Nei primi decenni dell’Ottocento, sulla scia delle idee fiorite con l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese, sorsero in Italia diverse istituzioni teatrali a gestione pubblica. Aprí la strada la Compagnia Vicereale di Milano, nata proprio nel primo anno del nuovo secolo. Vennero poi, tra le altre, la Reale Sarda e quella di Napoli, la Ducale di Modena e quella di Maria Luigia a Parma.img_1676

In generale, i principi ispiratori non si discostavano da un atteggiamento, pur in qualche modo illuminato ma socialmente palliativo, tipico dei regimi non democratici, i quali considerano benevoli concessioni ai sudditi quanto in realtà ai cittadini spetta di diritto. Illuminante, al riguardo, il decreto emanato da Vittorio Emanuele I il 28 Giugno 1820, con il quale si argomentavano le ragioni fondative della Compagnia Reale Sarda: «l’arte drammatica ben regolata e opportunamente favoreggiata, protetta, mentre procaccia agli abitanti della capitale un onesto sollazzo, tende ad ingentilirne il costume».

Travolti i piú longevi di quei primordiali teatri stabili dal riflusso reazionario seguito ai sommovimenti del 1848, ci volle il trascorrere d’un intero secolo per veder fiorire in Italia una nuova stagione del teatro a gestione pubblica, grazie alla fondazione nel 1946 del Piccolo Teatro di Milano.

In quella nuova stagione, però, noi che abbiamo inventato i teatri stabili dell’Italia democratica non avevamo in mente né di procurare “onesti sollazzi” né di “ingentilire il costume”. Tendevamo, invece, a dare concretezza ai principi dettati dagli articoli 3 e 9 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana… La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura… tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione». Intendevamo, cioè, fare del teatro un servizio pubblico che non si avvalesse del distacco dalla realtà per contrabbandare lusinghe sociali e false certezze ma, al contrario, producesse opere d’arte per stimolare dubbi, interrogativi, riflessioni, confronti, discussioni e, insomma, coltivare negli spettatori il desiderio di conoscenza e lo spirito critico quali fondamenti di una cittadinanza attiva e responsabile.

In particolare, noi abbiamo fatto dei primi vent’anni del Teatro Stabile dell’Aquila una macchina a suo modo rivoluzionaria, non solo per l’innovatività stilistica e contenutistica degli spettacoli, non solo per aver indotto lo Stato a modernizzare le norme sul finanziamento delle attività teatrali a gestione pubblica, ma anche per aver trasformato l’Abruzzo e le regioni adiacenti, dal deserto teatrale che erano, in una realtà dinamica e propositiva, diventata, grazie agli spettacoli di nostra creazione e alle connesse molteplici attività di formazione, infrastrutturazione e promozione, una moltiplicatrice di eventi, di operatori e di fruitori quale mai s’era vista prima.

Ho accennato alla mia esperienza professionale perché essa, nella sua parte fondamentale, ha avuto corso in un contesto assai simile, per molti aspetti, alle circostanze attuali, essendosi dipanata attraverso difficoltà, incomprensioni e contraddizioni d’ogni genere. Abbiamo compiuto errori, ovviamente, come chiunque non s’accontenti del semplice osservare e criticare il fare altrui, ma abbiamo dato concretezza a un disegno inizialmente giudicato folle da molti e poi da ben piú di quei molti storicizzato fin troppo enfaticamente.

Nel presente, mentre il contesto nazionale appare spaventosamente regredito, sopra tutto per effetto dei modelli esistenziali veicolati dalla galassia televisiva, a partire dal 1985 e poi quotidianamente ribaditi, per parte sua il sistema dell’intrattenimento e dell’informazione appare intento a perseguire l’esatto contrario dello “ingentilire il costume” nonché spasmodicamente teso a offrire e promuovere il mero “sollazzo”, perfino purgato del contemperamento di “onesto”.

Nell’ambito locale, la situazione appare devastata quanto mai lo fu nel passato: la comunità, che, fin da prima del terremoto era largamente corrosa da egoismi e inerzia propositiva, adesso è disintegrata, sparpagliata in mille rivoli residenziali tra loro non comunicanti, orfana di strutture e opportunità aggregative. Tanto piú adesso, dunque, i luoghi e le attività di produzione artistica hanno la responsabilità di rendersi protagonisti di uno stile operativo di straordinario rilievo civile.

Adesso, qui, forse, potrebbe far bene il tornare un po’ a “ingentilire il costume”, ma di “sollazzi”, onesti o meno che siano, francamente non c’è proprio necessità. Di tutt’altro c’è bisogno.

L’interazione tra artisti e produttori di tutte le forme di spettacolo dal vivo e l’agire in sinergia con ogni possibile articolazione della dinamica sociale mai come in questa fase sono essenziali, in quanto potenti fattori di superamento dello stato di disgregazione e disorientamento della comunità. L’esperienza alla quale ho sommariamente accennato dimostra che le difficoltà operative possono venir colte come opportunità culturalmente produttive e, in parallelo, come generatrici di un servizio alla comunità che massimizza il già di per sé altissimo valore della creatività artistica.

A Teatrabile e Edukarte, che noto tra i migliori frutti della tradizione aquilana d’impegno civile del teatro, auguro perciò d’avviare con la Tavola Rotonda di oggi un non effimero percorso, del quale siano costruttivamente partecipi le istituzioni rappresentative della comunità come pure le altre realtà operanti nel campo della creazione artistica.